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Quando un albero cade in una foresta deserta
Il Secolo XIX, 14 maggio 2004, intervista di Donatella Altimani:

Andersen n. 203, articolo di Walter Fochesato:

Il Tempo, 9 maggio 2004, articolo di Stefania Mordeglia:

Il Secolo XIX, 13 aprile 2004, articolo di Lucia Compagnino:

LG Argomenti, n. 2, anno XL, aprile-giugno 2004, articolo di Marino Cassini:
Sara Boero, Quando un albero cade in una foresta deserta...ill. S.Not, Casale Monferrato (AL), Piemme, 2004, 106 p., € 9,90.
Inventarsi un amico/a immaginario/a è una prerogativa dell'infanzia e la letteratura sul tema non è certo avara di esempi. Ma la prospettiva in cui l'A. vede la simbiosi deroga dalla normalità perché è una simbiosi che non si conclude con la crescita. Il cordone ombelicale che unisce la protagonista vera a quella inventata non viene troncato nel momento particolare della crescita quando le amicizie con i compagni diventano più salde, definitive e tendono ad escludere ogni fantasia. Nel caso di Marianna - realtà e Irene - finzione, Irene non si dissolve; continua a vivere di vita propria. Rimane legata alla realtà attraverso il ricordo e continua a vivere la simbiosi infantile. Un transfert, un rovesciamento del tema consueto. Il racconto è composto da una serie di flash-back in cui l'immagine creata vive attraverso immagini del passato in un'atmosfera fantastica popolata di gnomi mescolata a situazioni reali. Un mondo onirico in cui il vissuto viene rivissuto; il passato viene riesaminato da un essere immaginario che non vuole essere cancellato e sa che può continuare a vivere solo se ricorda. Abbiamo già apprezzato l'A. nella sua prima opera L'estate del non ritorno. In questa seconda opera si nota una crescita dovuta ad una maggiore introspezione personale, perché è indubbio che in Marianna (protagonista inventata) c'è molto di Sara (l'autrice). La trama, infatti, si svolge su tre piani in cui si trovano coinvolti una protagonista, un'amica immaginaria da lei inventata e l'A. narrante che non esita a mettere molto di sé nel racconto. Un modo di raccontare personale che "come un albero che cade nella foresta deserta, fa rumore" così anche la lettura della vicenda lascia tracce ed echi. (M.Cassini)
da: Milano.Repubblica.it - Lombardia:
Repubblica
blog - Letture di Pierangela Fiorani
lunedì, 13 settembre 2004
Quando
un albero cade...
Cosa c'entra Shakespeare con Eminem? E Dante o Brunetto Latini con i
Modena City Ramblers? C'entrano, c'entrano. Provate a leggere "Quando
un albero cade in una foresta deserta..." di Sara Boero (Battello a
vapore, Piemme)e lo scoprirete. L'autrice ha 19 anni e affronta con
leggerezza e passione i temi della memoria, delle poesia e dell'eternità
raccontando la storia di Irene, che esiste perché¨ Marianna l'ha
inventata e che rischia di morire perché¨ Marianna non ha più bisogno di lei
nelle sue fantasticherie. In un incastro di scatole cinesi il racconto vive nel
racconto e si racconta a sua volta. Marianna poteva vedere Irene quando era
bambina. Irene può vedere Marianna già cresciuta praticando la
meditazione yoga. Tutto è invenzione, ma tutto è vero. Proprio come la
poesia che la storia sa trasmettere. Il finale ci fa sperare che tutte le
storie possano avere sempre un seguito. Nulla, allora, muore davvero, ma,
solo, si trasforma per altri, con altri, in un qualche altrove che potrà
essere scritto tante altre volte ancora.
(2004-09-13 21:07:45.0)
"Noi genitori e Figli", supplemento a Avvenire del 25 luglio 2004, articolo di Rossana Sisti:
Se solo potessero farlo, gli amici immaginari la propria venuta al mondo la racconterebbero così: improvvisamente “trovati”, evocati dal nulla e piazzati nella quotidianità da bambini-creatori con una marcia in più in fatto di fantasia. Una bambina e il suo “doppio” sono le protagoniste di un racconto fresco di stampa intitolato “Quando un albero cade in una foresta deserta... “,pubblicato per Piemme da Sara Boero, una giovanissima autrice al suo secondo romanzo. Marianna, la bambina in carne e ossa, e Irene, la creatura immaginaria, sono i due volti di un’amicizia tutta speciale. Esclusiva, forte e salda per tanto tempo ma destinata inesorabilmente a sbriciolarsi col tempo. Con la crescita di Marianna e la sua entrata nel mondo delle relazioni adulte. Nel mezzo il racconto, la cronaca della lenta dissoluzione dell’amicizia, raccontata in prima persona da Irene come un’eutanasia da dimenticanza, dà vita a una storia dolorosa e a tratti struggente. Fantastica, certo, ma che invita a entrare nel mondo dell’infanzia e i suoi doppi con la voglia di saperne e capirne di più. Ed ecco aprirsi altri scenari, altre storie che nulla hanno a che fare con la patologia, con i disturbi del comportamento, tantomeno con la solitudine o la separazione dei genitori, luoghi comuni che in passato hanno alimentato sensi di colpa a non finire negli adulti. Tutti sfatati sul campo dalle ricerche più accreditate. Da anni Tilde Giani Gallino, docente di Psicologia dell’età evolutiva all’Università di Torino, si occupa di immaginario infantile; già nel 1993 aveva pubblicato con Bollati Boringhieri una poderosa ricerca intitolata “Il bambino e i suoi doppi. L’ombra e i compagni immaginari nello sviluppo di sé”. «Il compagno immaginario — spiega oggi la studiosa — è il segno di una straordinaria capacità creativa dei bambini e insieme di una grande intelligenza. Uno degli stereotipi più comuni vuole che i bambini che si inventano amici immaginari, lo facciano perché si sentono soli, perché non hanno fratelli o sorelle né amici con cui giocare o magari perché i genitori hanno problemi tra loro». Soli, timidi o troppo introversi per fare amicizia con gli altri, si ritrarrebbero in una dimensione immaginaria vivendo una vita parallela e quasi virtuale ma consolatoria e tranquillizzante. «Niente di più superficiale e scorretto. Il compagno immaginario è una manifestazione di creatività, che va guardata con molta attenzione e rispetto. E che tocca, secondo le ultime ricerche, almeno il 70 per cento dei bambini, la metà dei quali racconta di lunghe frequentazioni che durano anche quattro, cinque anni». È il peluche o l’orsacchiotto che si porta a nanna la sera, l’ombra che il bambino vede proiettare dal proprio corpo, che cammina e corre con lui, più spesso un coetaneo, compagno di pomeriggi di giochi, chiacchierare e discussioni... «Si tratta di un Altro da Sé —spiega Tilde Giani Gallino — che il bambino costruisce giorno per giorno, dotandolo continuamente di nuove esperienze e competenze e che fin dall’inizio possiede una propria autonoma personalità. Le indagini confermano che si tratta di bambini spigliati, niente affatto solitari che alla prova dei fatti si riveli no leader nella propria classe, bambini che hanno affinato capacità di relazione e di negoziazione superiori alla media. Anche grazie a quel compagno di fantasia con cui si gioca ma che soprattutto è capace di ascoltare, di agire e ragionare, parlare e discutere di ciò che sta più a cuore. Insomma un’esperienza significativa per la crescita, per lo sviluppo cognitivo e per la capacità di socializzare. Un fenomeno che in altre forme non conosce età: è esattamente quanto si continua a fare da adulti quando si parla tra sé e sé e si ragiona con il proprio io interiore sulle cose del mondo. Sorprendentemente i bambini sanno dare un volto e una personalità complessa a quell’Altro da Sé che ha il pregio di ascoltare con concentrazione e pazienza, che sa porre domande e dare risposte intelligenti a tutte quelle che il bambino stesso pone». «Crescere in due in un mondo di adulti è molto positivo. Con l’amico immaginario — spiega Tilde Gallino — ci si esercita nella risoluzione dei problemi, ci si allena a trattare, a confrontarsi e a discutere con gli altri. Ma c’è di più. L’amico immaginario possiede più di ogni altro una dote speciale: non tradisce mai. Gli si può raccontare tutto: non farà la spia, non spiffererà in giro le cose importanti e segrete come fanno di solito i fratelli. Non diventerà amico di altri. Perciò di lui i bambini sono parecchio gelosi. Lo vivono come un segreto. Pochi lo raccontano, i più lo tengono nascosto come un segreto».
RISPETTO, NON IRONIA
«Ai genitori è richiesto un supplemento di attenzione. Le confidenze del bambino sul proprio amico immaginario vanno prese con molto rispetto: bisogna ascoltarle, condividerle, parteciparle con interesse, perché costituiscono una parte importante della sua vita. Senza sorriderne mai. Ma se il piccolo non ne parla, inutile e controproducente forzarlo, essere invadenti, ironici o violenti. I bambini hanno diritto ai loro segreti». Tilde Giani Gallino
Giardinaggio, settembre 2004:

L'indice dei libri del mese, settembre 2004, recensione di Fernando Rotondo:
Sara Boero, QUANDO UN ALBERO CADE IN UNA FORESTA DESERTA, ill. di Sara Not, pp. 111, € 9,90, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2004
È azzardato dire che Sara Boero scrive libri in un certo qual modo “pirandelliani”, in cui è presente la dimensione del “doppio”? Anche questa volta, come nel primo, L’estate del non ritorno (Fatatrac, 2001), scritto quando aveva quindici anni, c’è un personaggio in cerca del suo autore, che cerca chi lo ha inventato e raccontato, che brama il suo creatore. Allora era una ragazza sognata e destinata a vivere e morire con il sogno della sua sognatrice. Adesso è la classica “amica immaginaria”, Irene, creata a cinque anni da Marianna, che però crescendo dimentica la sua creatura, la quale a sua volta aspira a venire ricordata e amata, e quindi a tornare a vivere pienamente. Sara Boero gioca tra realtà e fantasia, concretezza delle cose (e anche dei sentimenti e delle emozioni) e dimensione onirica, luce e penombra. Ma scrive anche di solitudine e morte, di non inutilità dei piccoli gesti e di essenzialità delle vite minime e nascoste, clandestine, di una compagna immaginaria come di un arabetto che mendica: “Se un albero cade in una foresta deserta, quando tocca il suolo fa rumore? Se vivi, ma nessuno lo sa, esisti veramente?”. È una scrittura per così dire “al quadrato”; Irene racconta la vita di Marianna, che è poi, almeno in parte, quella di Sara, la quale così narra la propria: i riconoscibilissimi percorsi da casa a scuola, i luoghi di appuntamento con gli amici, la musica come colonna sonora (i Modena City Ramblers, i Garbage, i Muse, i Placebo), sullo sfondo la morte di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova, l’11 settembre 2001 .. Sembra quasi una confessione davanti allo specchio (Irene?) da parte di Marianna (Sara), che quando è con i suoi amici finge di essere qualcosa che non è, porta le maschere, le cambia a seconda delle persone e dei luoghi, recita con tutti. Maschere nude pirandelliane? Se la diciottenne Sara Boero, che dimostra di saper scrivere storie che contengono una forte carica simbolica e sanno parlare della realtà interiore degli adolescenti, da grande avrà un futuro letterario, probabilmente sarà quello di scrittrice di thriller psicologici (e di chi sa che altro ancora). (F.R.)
Liber 64 - Libri per bambini e ragazzi, ottobre - novembre 2004, Fernando Rotondo:
Crescere tra sogni e illusioni
Sara Boero ha scritto un racconto di formazione con mano guidata da occhi che vedono e tentano di capire e giudicare la realtà, a partire dal mondo delle emozioni e fantasie private. Ma lo sguardo non è quello di un adulto che ricorda di essere stato giovane, bensì quello di un’adolescente, che scrive con sensibilità e mestiere d’autore pur avendo sedici anni. A cinque anni Marianna, timida e solitaria, inventa Irene, la compagna immaginaria, una “pura fantasia”, un “pastello sulla carta di quaderno” sul quale disegna, per non dimenticarsene, la splendida isola-mondo che ha costruito per l’amica. Gli anni passano, le bimbe crescono, e Marianna comincia a farsi amiche e amici in carne e ossa e a trascurare quella intessuta con la tela dei sogni. In sei anni, trascorsi in disperata solitudine, Irene legge milioni di libri, sperando che la traditrice torni a guardare quel quaderno e ricordi, riporti in vita la dimenticata. Nel frattempo però, con una tecnica yoga, l’amica immaginaria riesce a vedere con gli occhi di Marianna e a partecipare così alla sua vita, quella di una ragazza che “finge di essere qualcosa che non è, porta maschere, le cambia a seconda delle persone e dei luoghi, recita con tutti, anche con quelli a cui vuole bene”. Dietro il volto di Irene c’è evidentemente quello di Marianna, dietro al quale c’è probabilmente quello di Sara. E il lungo titolo che c’entra? Un detto zen recita: “Se un albero cade in una foresta deserta, fa rumore?”. “Se vivi, ma nessuno lo sa, esisti veramente?” si chiede Irene quando l’amica smemorata si accorge che sulla strada c’è un bambino arabo che chiede l’elemosina e gli regala un giocattolo, dandogli visibilità e vita (forse). Intanto crolla il tetto della villa, Irene rimane sepolta e isolata. Chi verrà a salvarla? chi la riporterà a vivere? Il libro gioca tra attese e allusioni, rimpianti e speranze. Leggendo, ci rendiamo conto che, come direbbe Vargas Losa, storia e scrittura coincidono, perché la prima non potrebbe essere raccontata in un modo migliore, con altre parole. Lo stesso si può dire per le illustrazioni di Sara Not, per i suoi intensi e avvolgenti bianchi e neri attraversati da parole che sono squilli, grida dell’anima.
Il Pepe Verde, n. 22/2004 ottobre - dicembre, Giuseppe Assandri:
Dopo L’estate del non ritorno (Fatatrac), Sara Boero, genovese, classe 1985, neo studentessa universitaria, si cimenta con il suo secondo libro. Una bella edizione con sovraccoperta a colori; le illustrazioni in bianco e nero di Sara Not accompagnano magistralmente la narrazione, misurata ed efficace, suggestivamente sospesa tra il reale e il fantastico. La storia è narrata in prima persona da Irene, che non è una bambina in carne e ossa, ma l’amica immaginaria di Marianna, il suo doppio che molti anni prima l’ha “trovata” finendo però col tempo per dimenticarla. Per la sua amica immaginaria la bambina aveva creato un ambiente meraviglioso, una villa con il tetto rivestito di lastre di cristallo e tempestato di diamanti, giardini profumati e numerosi elfi al suo servizio. Dal compimento del suo dodicesimo compleanno, Marianna, presa ormai completamente dalla girandola di relazioni del mondo reale ha però abbandonato la sua amica immaginaria che ha continuato a vivere, anche se la splendida villa è in rovina, il tetto è ormai crollato e la convivenza con gli elfi è sempre più difficile. Il filo con l’amica in carne e ossa non si è dunque completamente spezzato, perché Irene ha scoperto che per una misteriosa magia può identificarsi con lei attraverso l’esercizio dello yoga. Ora può solo resistere e aspettare, scrivendo storie per ricordare con la speranza che Marianna ritrovi il quaderno in cui esse sono contenute: dodici storie, che prendono le mosse dal giorno in cui Marianna la chiamò e le diede un nome, donandole un’esistenza virtuale ma non meno intensa e pulsante di quella “vera”.
Una storia delicata, a tratti poetica, in cui l’ironia fa da contrappeso a un diffuso velo di malinconia, a una nostalgia dei mondi fantastici e paralleli dell’infanzia perduta. Infanzia perduta, certo, ma che continua a vivere nella magia del racconto. (Giuseppe Assandri)
Pagine Giovani, n. 4, ottobre - dicembre 2004, recensione di Carla Cai:
BOERO, Sara: “QUANDO UN ALBERO CADE IN UNA FORESTA DESERTA”, Battello a vapore, Piemme Junior, Casale Monferrato 2004, 108 p., € 9,90.
Irene è l’amica immaginaria di Marianna che con il passare degli anni viene dimenticata dalla sua compagna di giochi. Si rassegna? Nemmeno per sogno e la sua dolorosa riflessione su questo ineluttabile ma, a parer nostro, auspicato distacco è il tema della narrazione. Mentre Irene attende che Marianna torni da lei a confidarsi e a sognare, racconta alcune brevi storie che ne esemplificano l’unione indissolubile e la loro affiatata complicità. L’impianto narrativo risulta misurato ed equilibrato anche se contiene alcune parole difficili per la fascia d’età a cui è consigliato e alcuni riferimenti a canzoni e gruppi musicali di cui escludiamo che il lettore sia a conoscenza. L’amica virtuale vive di vita propria creando una situazione surreale ed originale che non viene però sviluppata a beneficio di una riflessione educativa e formativa: al contrario l’A. afferma che la vecchiaia è brutta, che si va in chiesa solo per incontrare gli amici, che essere speciali equivale ad avere un carattere petulante e a fare sfoggio di testardaggine. Infatti Marianna è descritta come una bambina noiosa, egocentrica, permalosa un soggetto idoneo ad inventare l’amica che le mancava nella realtà quotidiana senza compagni ma senza apparenti dispiaceri per il suo isolamento. Forse il lettore dovrebbe ricevere il messaggio, che non traspare dalla lettura, che il modo di proporsi agli altri e di socializzare può essere migliorato se ha evidenti difetti anche senza rinnegare i propri principi. Invece l’A. afferma senza mezzi termini che i bambini sono crudeli e cattivi, capaci di isolare un individuo anche se non lo merita.: una limpida riflessione che non può essere ammannita tout court al giovane lettore ma che dovrebbe avere una chiave risolutiva nella storia. li tetto della casa di Irene si sgretola progressivamente come metafora della solidità del loro rapporto e altrettanto succede alle nostre aspettative con le quali speravamo di vedere sviluppato a scopi psico-pedagogici un buon soggetto.
Genere: racconto. Età: da 9 anni.
Mio commento personale su quest'ultima recensione:
Gentilissima Carla Cai,
Volevo semplicemente rispondere con un paio di righe alla Sua recensione sul mio secondo libro, spero che prima o poi abbia modo di passare di qui e leggere questa mia. Io non scrivo con "scopi psico-pedagogici" né con intenti edificanti. Sono fermamente convinta del fatto che inserire scientemente una morale in un libro sia l'errore più grande in cui uno scrittore possa incorrere, e altrettanto convinta che la libertà di trovare libri senza una lezioncina preconfezionata sia un diritto ineludibile per i lettori di tutte le età. D'altra parte, ognuno di noi quando scrive riversa sulla carta, consciamente o inconsciamente, tracce dei valori in cui crede. Mentre scrivevo "Quando un albero cade..." non ne ero consapevole, ma sentendo i commenti dei miei giovani lettori, mi sono accorta che l'avevano interpretato chi come un libro sull'amicizia, chi come un libro sulla pace. Ovviamente mi ha fatto un piacere immenso sapere di essere riuscita a trasmettere dei messaggi significativi e importanti ai ragazzi senza bisogno di studiare a tavolino una lezione morale psico-pedagogicamente ortodossa. Questo è quello che penso, mi farebbe molto piacere, se mai leggerà questa lettera, discuterne con lei.
Cordiali saluti,
Sara Boero